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Della notte che pianse d'amore

Questa storia l'ho sentita molto tempo fa e ora te la racconto così come riaffiora nella mia memoria.
Era una notte profonda, lunga, lunghissima. Una notte di anni dove il tempo era un nero, enorme pennello che attraversava il mondo. E una notte dolcissima, a suo modo. Lo raccontava il vento, che esausto accarezzava gli alberi e le terre che incontrava nella sua danza. Lo cantava l'acqua che scorreva crepitando fra i riflessi delle infinite stelle. E tutto questo era una voce malinconica, un pianto ad ascoltare meglio, che superava gli orizzonti e abbandonava la terra, salendo al cielo come una preghiera.
La sensazione è viva nel ricordo e mi sorprende come la suggestività di quella narrazione, si sia così a lungo preservata in me. Ma veniamo al fatto, unico e irripetibile, che portò a questo stato di cose; quando il meccanismo perfetto dell'universo s'incrinò e anche se nessuno se ne accorse, nulla fu più come prima.
Quella volta il sole si attardò, affacciato sulla pianura, a riscaldare gli ultimi fiori e la notte che avanzava veloce, vide il tramonto e se ne innamorò. Un istante e non ebbe più pace. Da allora lo rincorse senza sosta ma mai più riuscì a raggiungerlo. Il suo dolore era grande. Si struggeva all’idea che l’amato mai avrebbe saputo la dolcezza di quell'amore. Non sopportava il pensiero che lui avrebbe potuto ignorare per sempre quell’indispensabile verità.
"Una volta sola, ti prego! Mostrati a me una volta soltanto, perché io sappia di non avere vagheggiato e possa svelarti il mio cuore."
La storia non dice se il sole sentisse le invocazioni. Forse rimase all'oscuro di quanto accadde oppure fuggì per un motivo che nemmeno lui potrebbe rivelare. Lascio l’opzione alla benevolenza di chi mi ascolta.
La notte infine si arrese e della sua desolazione ti ho già detto. Poi un pensiero s’insinuò in lei, e crebbe, fino a schiudere uno spiraglio nella sua disperazione.
"Se io non potrò dirti l'essenza del mio amore, qualcun altro potrebbe farlo per me. Un messaggero, una creatura di luce che possa raggiungere il tuo lato del mondo. Una vita terrena che porti il mio respiro in se. Così io avrò una figlia e riprenderò la mia strada perché tu possa un giorno incontrarla sulla tua."
Delle stelle che pulsavano nel suo ventre, scelse le più care. Una costellazione con due astri gemelli che gli uomini chiamano Castore e Polluce, lucenti come due occhi nel firmamento. Ma questa è un'altra storia, tanto bella e vera che ognuno, senza saperlo, la porta dentro se.
Le afferrò con lo sguardo e le stelle divennero polvere. Una scia luminosa si tuffò dal cielo verso l'alba e in un luogo ignoto si ricompose ed ebbe braccia, gambe, corpo, viso e anima.
Se chiedessi a qualcuno di quella notte, ti direbbe di un sonno riposante, di sogni sereni e un risveglio fiducioso; e ti direbbe che piovve, piovve moltissimo poco prima dell'alba, e lo si capiva dall'aria tersa e dagli schiamazzi degli uccelli. Una notte come tante altre. Felice. Lunga soltanto il tempo di un sonno.
Così fu che scoppiò il sole in alto nel cielo e scese sulla terra con la sua mano calda e un sorriso lieve. La giostra degli anni girò, con i suoi colori, i suoni e l'illusione del viaggio.
Qui ebbi un attimo di smarrimento. La storia poteva finire così e lasciare l'epilogo al desiderio di ognuno. Non avrei voluto ascoltare altro. Un'emozione potente mi premeva dentro: l'amore, anche se negato, aveva posato il suo seme e sarebbe cresciuto per essere altro amore. Con questa morale avrei potuto in modo soddisfacente suggellare la parola fine. Tanto che feci per andarmene, ma dopo una pausa la voce riprese a raccontare, più profonda e partecipe di prima.
Un giorno come mille altri, dunque, il sole la vide. E la guardò come mille altre, distratto; e l'avrebbe dimenticata se proprio allora lei non avesse alzato gli occhi e una nota silenziosa non fosse andata a toccare una corda nascosta in fondo al cuore. Quella piccola vibrazione, in breve si propagò, amplificandosi, e lo scosse riportando in superficie antiche emozioni addormentate.
Cosa vide in quegli occhi per renderli unici e diversi da tutti gli altri che incontrava? Certo erano bellissimi, e di una profondità oscura a lui sconosciuta. Questa l'attirava come fosse la promessa che là vivesse qualcosa di meraviglioso e d’irrinunciabile. Gli pareva che quegli occhi esistessero solo perché lui li vedesse. Li sentiva appartenergli, come una cosa amata perduta molto tempo prima; e ora che l’aveva ritrovata non avrebbe più voluto distoglierne lo sguardo. Stranamente uno dei due occhi, e non sempre lo stesso, sembrava luccicare più dell'altro. La corrente invisibile che ne fluiva si versava impetuosa dentro di lui colmando un vuoto che credeva irreparabile. Come se gli fosse restituita una parte di anima, strappatagli un giorno e gettata nell'oblio.
Se gli occhi ispiravano il mistero, il viso già era rivelazione. Sembrava fatto della luce diafana dei bagliori pulsanti, sospesi nella Via Lattea d'agosto. Luce inafferrabile, che avrebbe voluto trattenere mentre scivolava fra le dita della sua bramosia come un riflesso sull'acqua, impalpabile come un soffio di cipria bianca. I capelli, nella sua fantasia, erano i fili di cui è tessuto il mantello corvino della notte, la seta frusciante che corre il silenzio coprendo la terra di sospiri. E così lei si muoveva, come un cavallo che solitario attraversa la brughiera, vigoroso ed elegante, con quel tanto di innato distacco che ne fa un'apparizione.
Lui l'attendeva impaziente, risorgere ogni volta dalla sua assenza, perché gli riportasse la certezza del proprio batticuore. Ed eccola, regina, perché nulla di meno poteva essere, avanzare offuscando ogni cosa al passaggio con il suo strascico abbagliante. Che gioia era guardarla e seguirla nella burrasca di sensazioni che si abbatteva alla riva del cuore.
Quanto vorrei che tu fossi qui! ...Per ascoltare la voce narrante, che s'infervorò e prese il volo come declamasse per l'universo intero, immedesimata nei pensieri dell'amante rapito.
"Tu sei lo specchio che si porta l'incantesimo, la sola per il mio reame. Ti interrogo e il riflesso mi parla. La tua forma ti racconta. Come un alfabeto segreto, le tue linee mi disegnano lampante la tua anima lunare. Addio solitudini siderali! Io abiterò su di te, perché l'aria sarà dolce e nuova la stagione. Mai più avrò freddo al contatto della tua pelle, né caldo nell'ombra bruna dei tuoi capelli. Mi affaccerò la mattina alla riva dei tuoi occhi e nuoterò l'aurora nel fondo del tuo sguardo. Mi nutrirò delle parole appese alle tue labbra e berrò le tue amarezze prima che siano lacrime. Ozierò nei pomeriggi fra le tue braccia e le tue mani, ti leggerò la favola incisa sul tuo palmo. Scoprirò in segreto sulla mappa del tuo corpo, il rifugio dove celi il forziere del tuo cuore.
Camminerò ore, fra nord e sud, il paradiso. Ne correrò le lunghe gambe, ansimerò sui fianchi, salirò i tuoi seni per scenderli a capriole, fino a giacere stanco nella conca del tuo ventre. La sera ascolterò sulla soglia del tuo orecchio, l'eco del tuo nome, che ogni vento lo porta. Ti veglierò la notte nascosto nella piega del tuo collo e respirerò i sospiri del tuo sonno. Poi anch'io un poco dormirò, e sognerò. Sognerò di abitare su di te, perché non c'è altro luogo dove io possa riposare."
L'ascoltò il mare, che tacque placando la sua iracondia, immoto nel tepore di quei raggi. L'ascoltarono i monti e le terre tutte, e il verde fu più verde in un baleno di commozione. L'ascoltarono i venti e le nuvole, e il cielo trattenne il fiato; ma lei no, lei non poté sentire. Già, perché lei sorrideva a qualcuno accanto, qualcuno che assorbiva i suoi sentimenti e la legava al cuore della vita. Alle strade della terra.
A seconda di chi la considera, la realtà può apparire propizia oppure estremamente avversa. Certo è che a tutti infine si rivela. Questo non sciolse la meraviglia della sua visione, piuttosto la trasformò in un'altalena di emozioni contrastanti.
"Un dolore senza fine mi pervade l'anima e nulla può placarlo. È tutto quello che vorrei essere e non posso essere. È tutto quello che vorrei dire, fare, vivere, che urla la sua negazione. Parlami, dimmi che è vero, che esiste una strada per lasciare il cielo, per scendere tra la gente. Certo, ferirò il mio cuore d'uccello, spezzerò le mie ali, ma che importa, se avrò braccia per stringerti e gambe per camminare. Non più solo occhi, ma orecchi per ascoltarti e voce per il mio dolore. Perché arerò la terra, suderò per trovare il mio cuore di uomo, finché non saprò di amarti, per sempre.
Allora, avvolto nel tuo profumo, con il tuo sapore sulle labbra, andrò fra gli uomini mostrando i solchi dei tuoi baci. Come un campo dissodato dopo il lungo inverno, respirerò. Ti porterò addosso come un abito nuovo, fiero, e ti vedranno nel mio sguardo, ti riconosceranno nelle mie chiacchiere, sapranno di te dai miei frutti maturi senza averti mai vista né conosciuta. Perché non rispondi? Dimmi, perché a me è negata la meraviglia dell'amore?"
La voce, sempre più interiore, sempre più vibrante, mi echeggiava dentro, trascinandomi in un vortice di lacrime e sorrisi che non si sapeva trattenere e mi sconvolgeva l'animo. Pensavo alla crudeltà del destino. Chi allora ferì l'amore, ora soffriva lo stesso dolore, come se ogni atto al mondo non potesse che rigenerare se stesso.
Forse era questa convinzione che lo sosteneva e continuava a portarlo da lei. A volte dietro l'infinito di uno dei suoi occhi coglieva un lampo di tristezza e allora soffiava la tempesta. Avrebbe voluto chiederle della sua felicità ma non una parola riusciva a pronunciare. Sì, perché lei meritava tutto ciò che di bello vede il mondo e che gli uomini riescono a pensare; ed era solo questo che immaginava per lei, tanto che odiava il mondo e gli uomini se credeva che mancassero lo scopo. E per questa ragione finì per detestare anche se stesso.
"Cosa le potrei dare io che lei non possieda già in misura molto maggiore? Io che vago per le distese del mio cuore, perso, e perdente agli occhi del cielo. Senza radici, senza verità. Solo. Come un ladro rapino sensazioni, sguardi, carezze; come un creso consumo la mia essenza per un amore impossibile. Cieco inseguo un profumo, verso il centro del labirinto, dove ogni cosa possa ritrovare il senso e la bellezza: per il grande ritorno, per ricongiungere i lembi dell'infinito lacerato.
Io sono un sognatore e quello che potrei regalarle è solo un magnifico tramonto, con il mio sguardo che si commuove sul suo viso scolpito, il mio calore che trema sul suo corpo di statua. Portarla lontano, come vento per valli e pianure, in un viaggio rubato, senza passato né futuro. Verso la cima di un desiderio dove si quietano le bufere ed è eternamente estate. Dimenticando tutto, la saggezza e la terra sotto i piedi. Volando in un sogno, dove mi raggiunga, stella, e tenerla per sempre quassù, così, e toccarla, stringerla, perdermi nei suoi occhi, nel mio cuore. Allora, non è meglio che lei segua la sua strada?"
Questa è la storia, fin dove la conosco. Prima di concludere, confesso: io sentii le suppliche della notte, e ancora non so perché non risposi, ma sono certo che lei sapesse che l'ascoltavo, così come so che lei può udire ogni cosa che dico. Purtroppo succede che non ci si possa mai incontrare. È una legge dell'universo, che non so capire, che fatico ad accettare ma alla quale non posso sfuggire. Ora vado, devo tramontare.

Polluce ha in dono l'immortalità. Castore, figlio della terra, è destinato a giacere per sempre nell'Ade. Per amor suo, il fratello chiede al dio suo padre di condividere entrambi un giorno nell'Olimpo e uno negli inferi. Zeus acconsente.
Se gli uomini sapessero almeno sognare cosa accade sopra di loro! Non sarebbero un po' più saggi e un po' più felici? Delle mille cose che fanno il tutto, ne sanno forse una. Se chiudessero gli occhi e ascoltassero con il cuore, non sarebbero un po' meno ciechi?
È notte su una metà del mondo e sulla metà gemella splende il sole. Qui, come una cascata di luce, dal cielo piovono scintille di speranza.
"Dove sei tu che hai bisogno della mia storia, delle mie parole? Tu che hai bisogno della mia dolcezza, della mia forza, del mio pianto? Tu offesa dalla vita, avvelenata e rinata, spogliata di ogni presunzione, forgiata dal dolore e marchiata di solitudine? Tu che mi cerchi e non ti trovo? Per te io vivo, e sogno. Ti vedo ogni giorno, bellissima, sorridermi. Ascolto la tua voce e le tue carezze. Alimento il mio amore eterno, ostinato, perché domani, prima o poi, sarà il giorno della rivelazione."
Dall'altra parte del cielo, una dopo l'altra, le stelle cadono, colando a picco nel buio profondo e silenzioso. Dall'altra parte del cielo, la notte piange.

Maggio – Giugno 1933
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