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Del fiore che vide il mare

Era cresciuta la primavera. Sulla fitta foresta di slanciate verdi erbe, il sole si alzò a sciogliere la rugiada che le copriva e là, dove le gocce si fusero a creare un piccolo lago d'argento, nacque un nuovo stelo. Questo s'innalzò in fretta verso la luce, il caldo, il cielo, finché sbocciò e divenne fiore.
Così cominciò a guardarsi intorno. Fin dove poteva vedere, correva una distesa di altri fiori, di cento forme diverse, di mille colori da scoprire. A quelli più lontani chiedeva ogni volta dell'orizzonte oltre il quale i suoi occhi non potevano arrivare: era bellissimo quando il vento cullava quell'orizzonte.
Su quel vento un airone dalle grandi ali veniva ogni giorno a posarsi al suo fianco, e gli parlava. Da lui imparò degli alberi, delle montagne, delle distese di neve bianca che luccica e, più in là, del mare, di altra terra e altri fiori, alberi, montagne. "Un giorno tutto questo lo potrai vedere" gli disse, "sarà tuo, dovrai solo fare una magia che, senza che tu lo sappia, ti ho già svelato."
Il fiore si rattristava un poco a queste parole. Si domandava come avrebbe potuto lasciare la terra in cui affondavano le sue radici. Poi però la presenza di quel forte e tenero amico tornava a rassicurarlo. Con le ali lo riparava dalla pioggia, dal freddo. Con i suoi voli gli insegnava il mondo. Quell'uccello aveva i suoi occhi e il suo cuore.
Ogni volta partiva e ogni volta ritornava e raccontava. Poi un giorno migrò lontano oltre i confini delle montagne e dell'universo. E non tornò.
Così il fiore dovette imparare a difendersi dalla pioggia e dal freddo. I ricordi degli alberi, delle montagne, del mare, divennero i suoi sogni e per questi si fece sempre più forte e superò le notti e i temporali, perché un giorno – pensava – avrebbe visto il mare.
Una mattina sotto una delle sue foglie qualcosa si mosse. Era un bruco che cominciò a salire e scendere lungo lo stelo, zampettando gioiosamente.
"Ciao" disse il bruco, "tu sei un albero?"
"No, io sono un fiore" rispose.
"Però hai delle foglie, quindi dovresti sapere di cosa vivono i bruchi" e detto questo ne divorò una, un'altra e un'altra ancora.
"Non puoi privarmi delle mie foglie!" urlò il fiore. "Come farò a respirare? Morirò se non la smetti!"
Il bruco non replicò ma cessò di mangiare, si allungò sotto una foglia e si addormentò.
"Forse si è offeso" pensò il fiore, che non avrebbe voluto ferirlo. "Ora è nuovamente tutto così quieto, mentre prima la vita correva su di me. Quelle foglie finora erano servite a poco, erano solo un ornamento perché per respirare ne ho altre dieci. Ora invece hanno nutrito quel bruco che altrimenti sarebbe potuto morire." E come se il bruco ascoltasse in silenzio, gli parlò.
"Sai, gli alberi sono molto più grandi di me e hanno così tante foglie che non si spaventano se un bruco gliene mangia qualcuna. Da qualche parte ci sono, io lo so, e so mostrarti la strada. Bisogna andare verso le montagne. Le hai mai viste tu? Io a volte credo di sì. Nei giorni più limpidi, o in quelli più tristi. E poi oltre c'è il mare. È un po' come qui quando soffia il vento. Sarei felice se almeno tu potessi vederlo."
Il bruco, che fino ad allora era rimasto immobile, ebbe un sussulto e come per magia vestì di ali colorate e si librò in volo.
"Guardami" disse la farfalla, "io sono il tuo specchio. Guardati, tu mi hai dato queste ali e ora io te le rendo. Guardati, sono identiche alle tue: muovile!"
Il fiore sentì l'aria sui suoi petali e i petali vibrare, trasformarsi. E volò, perché ora anche lui era farfalla. Così raggiunsero gli alberi, risalirono le montagne fin sulle distese di neve bianca che luccica e poi giù, verso il mare.

Ottobre 1932
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