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Dell'uomo
che cercava il suo nome

Non lo avrebbe dimenticato mai. Prima fu l'azzurro. Poi vide una scheggia di roccia, altissima, che lo trafiggeva. Sotto il monte un'ondeggiante distesa verde e nel vento un profumo indefinibile. Così, svegliandosi su un masso del fiume, seppe di essere vivo.
"Come sono arrivato qui? Io... io!"
Il terrore lo attraversò. Capì di non avere una risposta per alcunché. Non sapeva chi fosse, perché fosse lì, da dove venisse, né dove stesse andando. Abbassò lo sguardo per osservarsi. Indossava sandali, un pantalone logoro, un'ampia camicia bianca e una giacca di cuoio. Notò un sacco di stoffa al suo fianco e, fulmineo, lo afferrò per rovesciarne il contenuto: un temperino con l'impugnatura di madreperla, il ritratto sorridente di una bambina e una piccola bottiglia colma di liquido nero, chiusa con un tappo di sughero. Nessuno dei tre oggetti sembrava essergli mai appartenuto. Nessuno che gli ricordasse un avvenimento, un luogo o l'uso che ne aveva potuto fare.
Si guardò intorno, cercando un segno di vita, una qualunque cosa che colpisse la sua attenzione. Nella vasta pianura scorgeva solo alberi a segnare i confini della prateria e il fiume che vi s’insinuava perdendosi in lontananza. Da questa si ergeva imponente la montagna, assottigliandosi sempre più fino a terminare con una guglia affilata appena distinguibile. Decise di seguire il profumo che veniva da quella direzione. Raggiunse la riva e s'incamminò verso il bosco.
Dopo molto camminare udì dei rumori in lontananza. Affrettò il passo e avvicinandosi riconobbe delle voci. Erano numerose e agitate. Superata una curva del sentiero, gli apparve un villaggio dal quale si levava una colonna di fumo. Qualcuno correva con secchi in mano, altri urlavano, donne fuggivano stringendosi i bambini al petto. C'era un gran trambusto.
"Che cosa succede?" chiese al primo uomo che incrociò.
"È scoppiato un incendio nella casa del falegname e lui è chiuso là dentro con tutta la famiglia. Probabilmente hanno perso i sensi e l'unica via di accesso, il portone più robusto che dice di avere costruito, è sprangato dall'interno e non c'è modo di abbatterlo."
Raggiunta l'abitazione vide degli uomini che si lanciavano con un ariete improvvisato contro l’uscio, altri che gettavano acqua attraverso le inferriate murate a ogni finestra. Avvicinatosi notò che la porta non aveva serratura e a mezz’altezza spiccavano quattro borchie di metallo. La parte superiore era invece decorata geometricamente con piccoli fori a forma di stella. Capì allora che, sull'altro lato dei battenti, le borchie erano i ganci che sostenevano la sbarra di ferro. Si guardò intorno finché riconobbe un arbusto dalle lunghe fronde sottili. Frugò nel sacco e ne estrasse il temperino. Tagliò a fatica un ramo della pianta, appena sotto una delle sue diramazioni regolari. Lo lavorò. L’assottigliò, lo levigò, fino a renderlo flessibile come una corda e a ottenere all'estremità un rampino con cinque punte, snelle ma altrettanto resistenti. Si riavvicinò alla casa.
"Aspettate, forse posso aprire il portone."
Gli uomini si fermarono per guardarlo stupefatti.
"Come farai, straniero" disse uno di loro. "Sei forse più forte di tutti noi insieme?"
"Con questo strumento."
L’afferrò dalla parte del rampino e l’avvicinò a uno dei decori sul lato del portone. S’incastrava perfettamente. Lo spinse. Le punte si chiusero e attraversarono il foro per riallargarsi all’interno. Fece scendere l'attrezzo fin sotto l'altezza delle borchie. Poi si fermò e lo tese, retrocedendo con le mani. Sentì che incontravano resistenza. Lentamente, ma con forza, tirò verso di se, finché il silenzio fu rotto dal suono del metallo che cadeva. Spinse la porta e questa si aprì. Tutti la guardarono esterrefatti, poi qualcuno si gettò dentro per salvare i malcapitati che furono in breve tempo portati lontano dalle fiamme. Queste poterono così essere spente e la casa rimanere in piedi.
"Chi sei, straniero?" chiese l’uomo anziano che gli si avvicinò. "Io sono il capo del villaggio."
Non sapendo cosa rispondere, eluse la domanda.
"Sono in viaggio e cerco un luogo dove trascorrere la notte."
"Allora sarai nostro ospite, e questa sera daremo una festa in tuo onore, di mio fratello e della sua famiglia che tu hai salvato."
Durante i festeggiamenti il falegname lo ringraziò.
"Come posso ricompensarti per ciò che hai fatto? Noi viviamo del nostro lavoro e tutto quello che ti possiamo offrire è la nostra ospitalità. Se nessuno ti aspetta puoi restare con noi. Ho bisogno di qualcuno che mi aiuti nel lavoro e tu sei molto abile e ingegnoso. Ora la casa è da riattare ma se vorrai sarà anche tua."
Così decise di rimanere. Non aveva un posto dove andare e la solitudine è un grosso peso da portare.
Presto gli affari prosperarono. Tutti si rivolgevano a lui per la precisione dei suoi lavori, per l'accuratezza e la rapidità con cui li eseguiva. Aveva una casa propria e il suo laboratorio. Qui trascorreva le giornate serenamente, lavorando. Tutti lo stimavano ma "straniero" era il suo nome e non poteva fare a meno di ritornare ogni giorno col pensiero a quando si era svegliato in mezzo al fiume, solo, con quel misero bagaglio. Non poteva evitare di interrogarsi sul perché, su chi fosse e da dove venisse. Forse qualcuno aveva le risposte e la cosa che più di tutte desiderava era di incontrarlo.
Avvertiva uno strano profumo entrare dalle finestre quel giorno. Era più dell'aroma che effondevano i fiori del giardino, più delle pietanze che cuocevano nelle case vicine. Uscì sulla soglia. La scia sembrava perdersi in direzione del monte. Decise che l'avrebbe seguita. La mattina dopo, mentre il villaggio dormiva, ancora cullato dal vento del nord, con nel sacco le sole cose che sentiva sue, se ne andò. Non fu facile partire.
Dopo tre giorni di viaggio incontrò un uomo che avanzava veloce sul suo cavallo.
"Salve!"
"Salute a voi" questo rispose. "Siete forse un medico, straniero?"
"Può essere" disse lui. "Perché me lo chiedete?"
"La figlia del governatore è ammalata e nessuno in città ha saputo guarirla. Siamo partiti in molti a cercare chi avesse un rimedio."
"Portatemi da lei" disse, prima ancora di rendersi conto di cosa ciò comportasse. "Perché ho detto questo? Cosa potrò fare ora?"
Già si vedevano le alte mura della città e una moltitudine di torri luccicanti alzarsi nel cielo della sera. Attraversarono un ponte, oltrepassarono una grande porta, percorsero le vie animate e rumorose, e raggiunsero l'ampia scalinata in cima alla quale si ergeva il palazzo. Fu condotto al cospetto del governatore.
"Quest'uomo dice di poter guarire vostra figlia!"
"Seguitemi. Mi auguro che quanto affermate sia vero o farete la stessa fine di chi vi ha preceduto."
Entrarono in una grande stanza dagli alti soffitti.
"Perché mi sono cacciato in questo guaio?" pensava. "Cosa mi ha spinto a espormi così?"
Dalle bianche lenzuola spuntava un viso quasi dello stesso colore, con occhi stanchi che l'osservavano offuscati. Lui le sorrise e lei ricambiò appena percettibilmente.
"Allora, straniero?" tuonò il governatore.
Si avvicinò al letto e dal proprio sacco prese la bottiglietta di liquido nero.
"Questa medicina ha attraversato mari tempestosi dove onde altissime nascondono il cielo ai naviganti e, prima ancora, le foreste dell'eterna pioggia dove i ruscelli scorrono dagli alberi e il fango è popolato di serpenti dalla bocca di squalo che mutilano chi incautamente li calpesta. L'ho salvata dagli uomini della sabbia che vivono nell'immenso deserto del sole ardente scavando gallerie lunghissime e pozzi profondissimi per cercare cibo e acqua. Essi sono ciechi ma dotati di fiuto e udito potentissimi, e chiunque cammini sul loro territorio è destinato a precipitare nelle loro trappole."
Dagli occhi della bambina lo raggiunse un lampo di curiosità. Continuò.
"Io l'ho avuta dal guardiano del lago della tristezza. Mi raccontò che nelle sue profondità riposavano tutti i tormenti dell'universo e che la pozione lo rendeva immune a ogni sofferenza, altrimenti i vapori che effluivano dalla superficie lo avrebbero fatto impazzire. Me la donò dicendo che a volte, nonostante lui non dormisse mai, qualche pena riusciva a sfuggire al suo controllo e a raggiungere le terre degli uomini. Così se viaggiando per il mondo avessi incontrato qualcuno colto dal dolore, con questa medicina lo avrei potuto guarire."
Quegli occhi ora lo fissavano.
"Presto, dammi la medicina" disse la fanciulla.
Lui prese un bicchiere, vi versò dell'acqua e una goccia di liquido nero. Lo porse alla piccola che bevve d'un fiato e s'accoccolò fra le coperte.
"Ora lasciamola dormire" disse il padre. "E all’uomo date un letto per la notte."
All'indomani mattina, quando il governatore entrò nella stanza della figlia, non ve la trovò più e, affacciatosi alla finestra spalancata, la vide correre in giardino. "Quell'uomo è un mago" pensò. "Ne farò il medico del palazzo."
Presto la sua fama raggiunse ogni abitante della città. Ogni giorno in molti chiedevano il suo aiuto per le afflizioni più disparate. A ognuno somministrava una goccia di liquido e dava una spiegazione per il proprio dolore. La maggior parte di essi guariva. Ora era uno degli uomini più importanti della città. Era "il mago del palazzo", così lo chiamavano.
"Se sapessero che il mio passato è buio e i miei ricordi sono fantasticherie improvvisate, allora più nessuno verrebbe a cercarmi."
Non sapeva colmare il vuoto che lo accompagnava. Non col lavoro, non con la fama, né con la fantasia. Il vuoto era sempre la cosa più importante. Sentiva nell'aria un profumo conosciuto e nel cuore il rapimento. Sapeva che domani sarebbe partito e una morsa di dolore lo stringeva, ma non sarebbe bastata una goccia di liquido nero.
All'alba la città era ormai lontana. Risalendo le prime pendici del monte vide i tetti coprirsi dell'oro del sole e i camini sbuffare sempre più numerosi. Il profumo sembrava aumentare d'intensità e senza più voltarsi affrontò di buona lena l'erto sentiero. Quando il sole scese a ricongiungersi con l'orizzonte, la città non era più distinguibile e l'immensa pianura si stendeva cupa fin dove poteva vedere. Dopo giorni di salita, quando ormai non li contava più e cominciava a dubitare che sarebbe mai giunto in alcun luogo, in cima a un erboso pendio apparve una casa. Era dipinta di bianca calce e spiccava come una perla nella vegetazione. Le finestre erano aperte e il camino fumava, quindi era abitata. La raggiunse.
"C'è nessuno?" chiamò.
Sull'uscio comparve una donna. Non sembrò particolarmente sorpresa nel vederlo.
"Buongiorno. Benvenuto alla mia dimora" disse lei.
"Buongiorno. Vengo dalla pianura e sono molto stanco, potete ospitarmi per questa notte?"
"Sarò felice di farlo. Domani la vostra fatica sarà solo un ricordo."
La sua voce era quieta e piena di calde sonorità. Il viso sorridente gli era stranamente familiare e la sua radiosità lo penetrava fino a cadere con un tonfo nello stomaco. Quella sera lui non parlò. La osservava muoversi leggera e sicura, portargli il piatto, mescere il vino. Lei non mostrava alcuna ansietà: taceva, sorrideva. Pareva così naturale che lui fosse lì.
Poi gli mostrò il giaciglio e lui fece un lungo e profondo sonno. Sognò. Alla mattina, svegliatosi, si ricordò del suo bagaglio e corse a prendere il ritratto che conteneva.
"Ecco dove ti ho vista! Ti porto con me da sempre. Tu eri questa bambina molto tempo fa. Io ti ho già conosciuta, eri qualcuno per me e ora ti ho ritrovata. Forse tu sai chi sono!"
Uscì nel prato davanti all’abitazione. Vide un mare verde perdersi di fronte a lui e, alle spalle, l'imponente parete di roccia alzarsi, minacciosamente vicina, fino a toccare le nuvole.
"Il mio nome è Stella" sentì dalla voce della donna. "Qual è il tuo?"
"Il mio non lo conosco" ammise. "Speravo fossi tu a dirmelo."
"Come potrei? Ti ho visto ieri per la prima volta."
"Ne sei certa?"
"Ne sono certa. Vieni, ti voglio mostrare una cosa."
Era bellissima con i capelli raccolti. Gli tese la mano e lui la prese. Lo accompagnò lungo un sentiero che costeggiava il dirupo. Si udiva un fragore sordo provenire da dietro la montagna e più avanzavano, più cresceva diventando un rombo ininterrotto. A un tratto apparve l'imponente cascata di lapilli di cristallo e arabeschi di schiuma. Maestosa, solcava le rocce con vigore eterno, tanto da sembrare immobile, congelata nel tempo.
"Vuoi cavalcare la cascata?" chiese Stella.
"Com'è possibile?" si meravigliò lui.
Stella riempì d'acqua le mani raccolte e la lanciò in alto disperdendola nell'aria. Un arcobaleno si distese sopra la valle. Lui capì che ciò che succedeva era reale.
"Vieni."
Risalivano i gradini colorati. La luce abbagliante li avvolgeva. Nuotavano insieme fra miliardi di goccioline tintinnanti. Ognuna aveva un suono, una voce, e tutte insieme erano un concerto che penetrava la carne, le ossa, l'anima. Ascoltavano le sensazioni partire lontano in viaggi di milioni di anni, le richiamavano in un attimo per vedersi sorridere. Il tempo era il battito dei loro cuori, lo spazio era l'abisso nei loro sguardi.
"Se non hai un nome ti chiamerò Amore, basterà a dirti ciò che sei per me?"
"Nel suono del tuo nome questa musica colorata non cesserà mai di fluire."
Vennero altre stagioni. I colori si succedettero. Così le nubi, la pioggia, la neve e di nuovo il sole. Osservò la montagna indossare un mantello ovattato e poi spogliarsi per mostrare ancora gli spigoli taglienti.
"Chissà fin dove si può vedere da lassù?" pensava. "Forse una via esiste, per arrivarci."
I suoi giorni con Stella trascorrevano sereni, ma a volte quel profumo ritornava. A volte un'ombra gli entrava nel cuore e l'oscurava.
"Forse da lassù potrei riconoscere il luogo da dove vengo, potrei ricordare cosa uccise il mio passato e chiudere la ferita che mi attraversa l'anima."
Quella sera Stella lo baciò e gli si sedette accanto.
"Lo so, domani partirai. Lo leggo nei tuoi occhi, così come vedo la tua paura, il tuo travaglio e l'amore per me. So che niente ti potrebbe fermare. Anche questo è scritto in te, da sempre. Ma non sarai solo, io sarò con te ovunque e in ogni istante. Ti aspetterò nelle lunghe sere. Interrogherò gli uccelli e il vento per sapere di te, e ingannerò i sogni per poterti vedere. Perché tu ritornerai, lo so."
Si lasciò alle spalle gli ultimi alberi. Addossato alla parete di roccia non era possibile scorgerne la fine. Cespugli d'erba riempivano ancora le fessure nella pietra, ma presto terminarono. Si arrampicava nei canaloni, sui cornicioni che tagliavano obliquamente i fianchi levigati. Superato ogni gradino della montagna, un altro si stagliava nella luce accecante. Trovato un riparo per la notte, a ogni sole che sorgeva, ripartiva. Attraversò bufere e temporali, finché un giorno il sole non tramontò più.
Vagava per il cielo senza smettere di bruciare. Un vento cocente soffiava incessante. Il sudore scottava sulla pelle arsa, o forse era pioggia che scorreva sul suo corpo febbricitante. Parlava con il vento, con sagome di roccia oppure da solo. Gli rispondevano silenziose ironie, laceranti crudeltà. Le rocce si animavano, assumevano sembianze umane e recitavano sull'immenso palcoscenico per l'infinita platea.
Udì gli strilli di un bimbo che piangeva. Vide alte fiamme circondarlo e il viso terrorizzato della donna che lo copriva con un sacco di stoffa. Sentì uno schianto trapassargli il cervello, un corpo cadergli addosso. Rivide quel viso adagiato su un cuscino bianco e molte braccia porgergli cucchiai di sciroppo, bicchieri di medicine.
C'era un muro di dolore altissimo davanti a lui, e lui lo scavalcava. Ce n'era un altro, e lui lo scavalcava. Li superava tutti, come in una corsa a ostacoli, come se una gabbia in qualunque istante potesse calare su di lui. Di ostacolo in ostacolo le sue braccia si tendevano, le sue gambe spingevano. Dopo l'ultimo muro, l'ultimo gradino, l'ultimo ostacolo, credette di volare, finché sentì il tonfo, l'acqua schizzare e trascinarlo via. Ricordò ancora di essersi allungato, aggrappato, disteso su una roccia. Poi crollò.
Quando si rianimò, l'orizzonte tracciava in lontananza una sottile linea chiara. Osservò il bagliore crescere e la palla di fuoco affacciarsi sul mondo. Era l'alba. Dalla cima del monte poté vedere ogni cosa che avesse mai immaginato. Laghi, fiumi, distese verdi, gialle, rossastre, e quella blu del mare che tutto avvolgeva, dove tutte le acque correvano e le terre si bagnavano. E vide anche se stesso. Ferito, lacerato negli abiti e sotto di essi, con ancora a tracolla l’inseparabile sacco. Stremato ma con un nuovo sorriso che gli nasceva dal profondo: era il profumo della consapevolezza che gli pervadeva l'anima.
Vuotò il sacco davanti a se. Prese la bottiglietta di liquido nero e tolse il tappo. Aprì il temperino e l'intinse nell'inchiostro. Raccolse il ritratto e, sul retro completamente bianco, scrisse il proprio nome.

Novembre – Dicembre 1932
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