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Del girasole che voleva capire

Al confine di un campo di grano, un fiore dal grande cuore giallo torreggiava sopra il mare di spighe. Dormiva profondamente tutta la notte con la testa china sul robusto gambo, ma appena all'orizzonte montava il primo chiarore, levava il viso verso oriente come in attesa di una rivelazione.
Ecco che il cielo nero si scioglieva piano, chiazze di luce fioca apparivano, pennellate colorate si materializzavano e già il buio di un attimo prima non era più, il freddo neppure.
L'alba levava il sipario lentamente, nascondendo le stelle e un barlume di luna. Un immenso manto biancastro salì a ricoprire la pianura. Gli alberi, le case, i campanili, si spogliarono della notte gettandosi alle spalle la sua veste cupa: sagome che man mano scurivano e si delineavano. Una risacca di brezza leggera seminò il verde a perdita d'occhio. L'orizzonte ora rosseggiava.
Anche le spighe si risvegliarono, ciarliere.
"Buongiorno. Come va, oggi? Il solito vento fastidioso. E quello dorme sempre a bocca aperta? Forse è un amante dei bagni di sole, come noi, mia cara!"
Il fiore fissava la linea infuocata. Gli si poteva leggere in viso tutta la trepidazione per una scoperta imminente, come se avesse la certezza che il momento tanto atteso fosse finalmente giunto.
Allora il primo raggio di sole superò il confine e incontrò il volto rorido del fiore: lacrime di quella notte che ora avrebbe asciugato.
"Come può essere?" pensò. "Il giorno ha vinto le tenebre senza combattere e la notte muore senza nemmeno un moto di ribellione."
La curva incandescente crebbe. Diventò una mezzaluna, poi un'elisse e quindi un cerchio, che andò a combaciare perfettamente con la fisionomia paffuta del fiore. Intorno fumava una nebbia leggera che appena si staccava da terra svaniva nel nulla. Le ombre ora si stiravano, lunghissime e nere, a contrastare i colori che si scaldavano, più intensi e variegati.
Le spighe vestirono il loro sbiadito paglierino; gli alberi, i verdi più vari. Qua e là gruppetti di fiori si sbizzarrivano con le loro fantasie cromatiche e il grande fiore ostentava un giallo fulgido degno del suo dirimpettaio. Anche il cielo colorò, di un azzurro delicato, tenero come un abbraccio.
"È giorno. Più nulla ricorda il buio in cui ogni cosa era immersa. Eppure fino a poco fa tremavo nel vuoto, nel freddo della notte. Ora è tutto dissolto, l'oscurità come quelle sensazioni. Fosse sempre giorno non avrei più paura e il tempo potrei dedicarlo al mondo che mi circonda, invece di trascorrerlo a interrogare il sole con questa domanda senza risposta che non mi dà pace. Il tempo non mi appartiene, me lo rubano questi pensieri ossessivi. E non so fare altro che rincorrerli, giorno dopo giorno, nella speranza di vederli placati. Io devo capire. Io devo sapere, non ne posso fare a meno."
Il tempo camminava inesorabile. Il sole era alto. La sua forza generatrice cadeva a picco su ogni cosa. Era un dono elargito senza calcolo o misura, a cui attingere senza remore ogni impulso vitale. Nell'immobilità del mezzogiorno si udiva solo il ronzio degli insetti, amplificato nell'afa come fosse il frastuono di quel diluvio di luce. O forse erano l'erba, le foglie, le spighe, i frutti, i tronchi e i rami, gli steli, i rovi e i fiori, che respiravano piano.
Il viso del fiore s’illuminava nel sorriso del sole, seguendolo impercettibilmente lungo la sua traiettoria. Era il suo specchio fedele, in ogni attimo del giorno. Le spighe, indispettite dal suo contegno solitario che fraintendevano per altero orgoglio, non sapevano trattenersi da meschine provocazioni.
"Ehi, faccia gialla, non è la tua immagine riflessa nel cielo che vedi lassù. Lui c'era prima di te e ci sarà ancora quando te ne sarai andato. È il sole, e segue la sua strada senza bisogno di accompagnatori. Ecco, ti chiameremo Girasole, un bel nome per un altezzoso come te."
Erano gelose che un po' gli assomigliasse ma soprattutto non sopportavano di ignorare il motivo del suo comportamento. Non avevano mai pensato, semplicemente, di chiederglielo.
Si era alzato il vento nel pomeriggio di fine primavera. Scuoteva le spighe e insieme l'elianto.
"Sapere il mio nome non vi libererebbe dall’ignoranza. Forse può aiutarvi quello che mi avete dato, o meglio, capire perché lo avete fatto. Vi accontentate di definire le cose e così tranquillizzate le vostre ansie, ma c'è una discrepanza fra quel nome e ciò che sono, che non riuscite a dimenticare perché non la sapete colmare. Solo la comprensione potrà liberarvi dall'astio che vi consuma. Come solo la consapevolezza può affrancarci dalla paura.
È nel filo impercettibile che lega ogni cosa al suo opposto che si crea l’alternanza. Il giorno o la notte. La luce o il buio. Io assorbo ogni raggio che piove dal cielo per discernerne l'essenza, per comprendere il segreto che dissolve le tenebre. Scoprirò qual è il confine fra la notte e il giorno, e allora attraverserò il buio come la luce e potrò dilettarmi di entrambi senza più timori. Avrò raggiunto il mio scopo e libero comincerò a vivere.
Voi invece trascorrete le vostre giornate a cianciare rumorosamente, a dondolarvi nel vento, a godervi il caldo, e non sapete nemmeno perché lo fate. Le vostre esistenze sono inutili. Non vi siete mai chieste da dove quel vento arrivi o perché il sole tramonti. Certo è comodo vivere così, ma cosa vi rimane alla sera?"
Faticava a celare l'invidia che in quel momento lo rodeva, ma questo le spighe non lo capirono.
"Ma chi ti credi di essere, Girasole?! Solo perché vivi un po' più in alto di noi. Pure tu non fai altro che stare tutto il giorno al sole, fino all'ultimo lumicino. E non ci degni neanche di una parola!"
Qualcuna, quella notte, non avrebbe dormito. Offese, si zittirono. Anche il vento si placò. Il sole si stava riavvicinando all'orizzonte. Tutti i colori filtrarono il rosso della sera limpida. Il manto blu del cielo, così come era salito, prese a scendere dal lato opposto. Le ombre tornarono ad allungarsi, questa volta in direzione contraria. Gigantesca, la palla arancione si appoggiò delicatamente sul ciglio del mondo e cominciò a sprofondare.
Il fiore era triste. Un altro giorno stava passando invano. Fra poco una nuova notte lo avrebbe lasciato solo ad affrontare l'oscurità e nel suo cuore tramontavano le certezze. Guardava l'ultima fetta di sole fare capolino dietro la linea spezzettata di alberi lontani. Era uno sguardo intenso di commiato. Ancora un balenare di riflessi, poi qualcosa si spense anche dentro di lui.
Imbruniva. Nulla a indicare l'attimo dello scambio, il passaggio di consegne. Eppure ora era la notte a condurre il tempo per mano. Da dove fosse entrata, come fosse giunta, era un'altra volta un mistero. A riempire lo spazio dentro il cerchio degli orizzonti e il cuore dell'elianto, una palpabile ed enorme assenza.
Calarono le tenebre. Qualche piccola luce intorno tremava dentro gli occhi del fiore che finalmente reclinò il capo e si addormentò per sognare.

Nello spazio astrale perfettamente diafano era scritta una musica che solo a vederla suonò dolcissima. Cavalcava onde invisibili con movimenti larghi e sinuosi. Sopra un'onda avanzava il sole, sorridente e radioso. Sopra un'altra, la pallida luna. Si guardarono ed ebbe inizio la danza.
Si avvicinavano fino a sfiorarsi, fino a specchiarsi, per poi seguire rotte opposte, divergenti. Se lui girava a levante, lei voltava a ponente. Quando una saliva, l'altro scendeva, ma nel loro moto c'era un disegno preciso, geometrico. Poi tornavano a dirigersi verso la stessa meta, scansandosi, eludendosi, fino a trovarsi di nuovo l’uno di fronte all'altra, per un attimo insieme, in quel punto invisibile che li aveva misteriosamente attratti e che subito li riallontanava. La danza di ognuno traeva la propria bellezza dalla contrapposizione a quella dell'altro. La forza del sole nasceva dalla delicatezza della luna; la grazia della luna, dall'ardore del sole. Come la gioia e la tristezza. Eppure il loro ballo ruotava intorno allo stesso punto inafferrabile, eternamente ignoto. E danzavano la stessa musica.

Maggio 1933
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