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Dell'albero che amò la luna

Il fiume scorreva lento e inarrestabile come sempre, portando dai monti i sogni e a valle la verità.
Lui era cresciuto là, sulla riva franosa, fra arbusti spinosi e macchie di cespugli in fiore. Ed era cresciuto molto più di loro. Il desiderio di specchiarsi in quell'acqua lo aveva accompagnato finché divenne un albero e poté vedere il suo agile profilo stagliarsi nel chiaro del cielo. Sulla figura increspata dalla corrente fluivano, in giochi di luce, immagini misteriose che giocavano senza sosta con le sue forme, mutandone le fogge e i colori. Questa visione lo rapì e non seppe rinunciare di tornare a contemplarla ogni giorno.
A volte i suoi rami erano lance che trafiggevano un cielo morente, altre le foglie erano farfalle iridescenti. Si deliziava di tutto quello che appariva, e più il sole si abbassava all'orizzonte, più la sua gioia si faceva palpitante. Allora, con il crescere del buio, a questa si sarebbe aggiunta un'indefinibile nota di malinconia. Un desiderio ignoto che cantava lontano. Allora sulla riva opposta sarebbe giunta la luna. Lentamente sarebbe scesa a bagnarsi nell'acqua fosca, illuminandola, e avrebbe raggiunto il centro del fiume.
Che meraviglia il turbine d'argento che lo avvolgeva. Mai come allora poteva vedere la propria bellezza, i tratti puliti, precisi, disegnarsi fra i milioni di aghi lucenti che lo trapassavano senza ferirlo, regalando al suo cuore l'idea della perfezione. E mai come allora aveva sentito il cuore battere forte e avvicinarsi alle vette dell'imponderabile. Questo sentimento era così grande e il gaudio altrettanto affrancante che desiderò viverli in ogni attimo del suo tempo. Così il raggiungimento di questa condizione divenne lo scopo della sua vita.
Poi la luna approdava all'altra riva e lui la guardava raggiungere adagio l'orizzonte e scomparire. Se avesse potuto specchiarsi in lei in ogni istante dell'esistenza – pensava – questa sarebbe stata la migliore possibile e avrebbe saputo cos'era la felicità e forse ancora di più, forse in essa avrebbe toccato l'eternità.
Così crebbe sempre più. Voleva salire il cielo. Il tronco s'ispessì, i rami si levarono. La terra si allontanava sempre più ma questo non lo preoccupava, era l'azzurro la sua meta. Non aveva mai capito i fratelli che vedeva da lontano impegnati a gettare le radici nel mezzo di un prato o, tutti insieme e tutti uguali, tenersi stretti sulla pendice del monte. Almeno fino a quando una piena, o una notte di bufera, lo avevano fatto tremare di paura nella sua instabile solitudine. Però ormai quella era la sua strada. Non poteva desistere dal credere in ciò per cui sempre aveva vissuto. Non poteva tornare indietro, la vita non avrebbe più avuto senso.
Così nel succedersi degli anni gettò nuovi rami, mise nuove foglie. Le colorò di verde, di giallo e poi rosse e brune. Infiniti erano i colori nei giochi sull'acqua. Non erano solo foglie e rami ma voli e tuffi nel mare della fantasia.
Ora era l'albero più alto della valle. Lo si poteva vedere da lontano, tanto che gli uccelli venivano a decine a riposarsi nella sua ombra. A loro solamente lui narrava i segreti del suo cuore e al calar del sole essi partivano, rotta sul monte dove si sarebbe affacciata lei, messaggeri d'amore. L'aspettava e anche quella notte lei venne, specchiando nella corrente la curva luminosa. Volse a lei gli occhi perché i raggi vi fluissero e così le parlò.
"Luna, ascoltami, afferra i rami che con tanta fatica protendo verso di te, lascia che ti raggiungano per abbracciarti. Solo tu puoi essere lo specchio della mia vita. Solo in te io posso trovare la risposta. Il mio tronco non ha radici abbastanza profonde, non ha penetrato la dura terra, e la brezza che lieve ora mi accarezza, presto sarà il vento impetuoso che mi abbatterà.
Non ti sei mai avvicinata quel tanto che sarebbe bastato perché io potessi riflettermi in te. Non hai mai voluto che capissi il tuo solcare il cielo, prua a oriente o a occidente. Tu non accogli gli uccelli che stanchi, con le ali cariche di dolore, da giorni infiniti non trovano dove appollaiarsi. Tu non raccogli i sassi, che mai ti raggiungono e ogni volta si perdono nel vuoto senza rendere almeno il tuo grido di dolore.
E allora prendi tutti i miei desideri inespressi e portali lontano. Riportali fra i sogni da dove sono venuti. Riprenditi tutto di me, i tuoi inutili regali e le tue notti. Io proverò con le stelle."
Come un'onda del fiume, come un movimento dell'aria, la voce della luna, calma e sussurrata, gli attraversò il cuore.
"Ascolta, questa notte le stelle piangono. Le sento lamentarsi nel dolente silenzio, le vedo tremare nei tuoi occhi cupi. La mia falce ti lacera il cuore con pensieri avvoltoi che ti straziano la mente. Ferito, ora barcolli nel buio. Vorresti gridare ma non hai più parole, vorresti piangere ma non hai fede abbastanza per credere che qualcuno ascolterà. E rimani muto con il tuo dolore, sotto il peso della solitudine, stringendo tutto il vuoto che senti dentro e intorno.
Certo, tu puoi vivere solo nei sogni, ma i tuoi sono così intensi che diventano realtà. Ed è il tuo amore per me, per l'irraggiungibile, che ti ha fatto così bello, così grande. Per questo le tue fronde hanno scelto vie ardite e hai conosciuto più cielo che terra. Tu ti sei alzato sopra l'orizzonte e l'aria che vibra tra le tue foglie diventa una musica. Per questo gli uccelli a decine si posano su di te. E loro, che sono saggi, sanno di non potermi raggiungere, sanno che sarebbe inutile perché io già conosco ogni cosa. Così scendono le valli e le pianure per posarsi su altri alberi e raccontare i tuoi sogni, perché anch'essi ne possano gioire, e crescere se vorranno e consumarsi per me.
Se le stelle piangono questa notte è per il tuo dolore, è perché ti amano, ed è per questo che io ti parlo. Se volo ogni notte a sfidare l'oscurità è per il tuo amore, di cui ho bisogno, perché io esisto anche per te. Perché tu possa innalzarti maestoso ed essere messaggero sulla terra dell'infinitezza dell'universo. Però devi accettare i tuoi limiti. I tuoi occhi terreni possono specchiarsi solo nel mio riflesso, non nella mia luce. Accecheresti."
Nei giorni che seguirono, l'autunno terse il cielo. Fu una stagione tranquilla. La luce del sole colmava l'aria che un fresco soffio di vento leggero rendeva limpida. Ogni cosa intorno, nella sua immobilità, sembrava pervasa dal sentimento della consapevolezza. La vita ne esplodeva muta. I colori erano più caldi, le forme più precise. Era impossibile definire se quel reboante silenzio esprimesse più gioia o tristezza: era un confine che non esisteva più.
Poi nell'aria si presagì il cambiamento. Quella pace era vestita di un alone irreale come un dono troppo a lungo atteso. Lo stupore non poteva durare. Era l'ultimo pieno slancio di vita: un immenso sorriso. Poi sarebbe giunto il freddo e con esso le piogge a ingrossare le acque del fiume.
Molti uccelli migrarono per terre lontane portando il loro carico d'amore, altri restarono per consolare l'albero della partenza dei primi. Le stelle tornarono col buio ad ammiccare discrete, appese ai loro fili invisibili. Qualcuna raramente lo tagliava per avventurarsi nell'universo con la sua scia rilucente: le più belle. Anche la luna proseguì il suo viaggio e ogni sera era attesa alla fine, e inizio, del suo magico girotondo. Ogni volta portava un dono: un pensiero, una sensazione, un'emozione nuova. E lui li riponeva nel suo piccolo fagotto di saggezza.
Questo fu quanto l'albero vide e sentì nel suo cuore.
In uno degli ultimi giorni di sole qualcuno sostò sotto le sue fronde, cantando una canzone.
"Sarà l'alba, sarà il tramonto
sceso il fiume scorso al tuo fianco
ecco il mare della conoscenza
e del viaggio la fine sarà l'inizio."

Novembre 1932
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